Il Piccolo Principe




Il Piccolo Principe è il lavoro più noto di Antoine de Saint-Exupéry. Pubblicato il 6 ottobre del 1943, prima in inglese, e subito dopo in francese, è un’opera letteraria per ragazzi, che riesce a parlare molto bene anche agli adulti, perché “tutti gli adulti sono stati bambini, ma pochi di essi se ne ricordano”.
L’autore era un pilota, come il protagonista del suo racconto, che atterra d’emergenza nel deserto del Sahara, dove incontra il piccolo principe.
Poiché sono soli nel deserto, i due cominciano un dialogo che costituisce lo snodo fondamentale della storia.
Il piccolo principe è atterrato lì, caduto da una stella. Girovagando, conosce molti pianeti, con i loro abitanti. Ma solo sulla terra c’è tanta gente. Sugli altri pianeti ci sono solo personaggi solitari, affetti da manie molto particolari.
Il piccolo principe incontra l’avaro, il solitario, il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’affari, il lampionaio e il geografo. Ciò che accomuna questi personaggi, in apparenza assolutamente diversi l’uno dall’altro, è l’attaccamento alla mania, e la solitudine esistenziale.
Ciascuno vive in un microcosmo, chiuso e perfetto in se stesso, ma è del tutto incapace di comunicare con gli altri, perché ha ormai assolutizzato la propria esistenza, facendo di essa un modello universale. Così, senza nemmeno rendersene conto, questi personaggi vivono isolati nel loro mondo interiore, e non conoscono altro, nella convinzione di conoscere tutto.
Per l’avaro esiste solo il denaro; per il solitario esiste solo lui stesso; per il vanitoso è fondamentale l’ammirazione altrui; per l’ubriacone non è concepibile la vita senza bere; per l’uomo d’affari contano solo i numeri; mentre il lampionaio accende luci di continuo, e il geografo disegna mappe e punti geografici che non servono a nessuno.
Nessuno di loro ama davvero quello che fa. Perché lo fa unicamente per se stesso, e senza alcuna forma di condivisione. Mentre si ama davvero ciò che si può comunicare, che diventa patrimonio di tutti. Ma nessuno di loro sa dialogare veramente con l’altro. Nessuno conosce il valore dell’incontro e della gioia. La fatica della pazienza e dell’attesa. La loro esistenza è sterile, misera e vuota. Assolutamente centrata sulle loro povere individualità.
Al contrario, il piccolo principe, sul suo pianeta, ha lasciato una rosa. Un fiore che ama molto. Al quale ha dedicato tempo e cure. Così, quella rosa è diventata importante per lui: “è il tempo che hai speso per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”…gli spiegherà poi una volpe.
La volpe è uno degli incontri del piccolo principe. Ed è un incontro importante, significativo. Infatti la volpe chiede al piccolo principe di essere addomesticata da lui. E il piccolo principe chiede alla volpe cosa voglia dire “addomesticare”.
“Addomesticare vuol dire creare dei legami”. Risponde la volpe al piccolo principe. Spiegandogli che se deciderà di incontrarla ogni giorno alla stessa ora, lei da un’ora prima comincerà ad essere felice, e a farsi bella per lui. E sarà emozionata, perché saprà di doverlo incontrare.
Certo, esiste un rischio, nel farsi addomesticare. Ed è nella sofferenza dell’addìo. Perché chi ama soffre, se deve distaccarsi dall’amato. Eppure, non esiste alternativa per l’umanità. Creare dei legami è la fonte di ogni rapporto, di ogni relazione, di ogni dialogo comunicante, di ogni forma di educazione possibile.
Ma la volpe continua: “Gli uomini non hanno più tempo per nulla”. E poiché l’amore è l’arte della coltivazione delle rose, e dell’addomesticamento delle volpi, nessuno sa più coltivare né addomesticare, perché non ha né tempo, né pazienza. Né vuole trovarli.
Perché il tempo e la pazienza servono a chi ama per poter immaginare quel non-ancora che è sepolto nell’altro, e per farlo venire alla luce: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Chi ama, sa fare dono di quello che non ha. E il tempo è qualcosa che, inesorabilmente, sfugge al nostro umano controllo. Chi ama, perciò, dona il suo tempo.
Non si può interagire senza amare. Nessuna relazione umana può essere edificata sull’indifferenza reciproca. Nessun adulto potrà mai educare un bambino, senza prima averlo amato completamente. Bisogna avere fiducia. Saper aspettare. Ogni buon educatore lo sa. Come sa anche di non doversi attendere niente. Nemmeno di poter vedere con certezza i frutti maturi del suo proprio lavoro. Educare vuol dire amare incondizionatamente. Dare ciò che non si possiede, il proprio tempo, senza aspettarsi nulla in cambio.
Questo è l’insegnamento più alto del Piccolo Principe. Un bambino che ha insegnato agli adulti distratti i segreti dell’educazione, nell’amore per l’altro.

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